Micro mondi

Ridi, ridi che mamma ha fatto… il Dekè!

La tradizione culinaria italiana, che si è sviluppata soprattutto nella lunga esperienza di povertà, esalta il piatto degli gnocchi a tal punto da averne coniato un vero e proprio detto diffusosi da Nord a Sud del Paese. Pasto umile ma elaborato e assai saporito gli gnocchi venivano preparati per le occasioni festose, suscitando una gioia collettiva e rallegrando gli animi al solo pensiero. Ebbene nel proseguire l’osservazione ‘al  microscopio’ della nostra Campania multiculturale, scopriamo oggi un equivalente africano degli gnocchi, quantomeno nella sua funzione allietante ed allettante. Si tratta del Dekè, gustoso pasto a base di latte e miglio e zucchero che, per maliani, burkina bè, senegalesi e ivoriani, rappresenta una vera e propria festa, una promessa che eccita i bambini, un momento di felicità pura. Originario del Mali, il Dekè è si è diffuso unicamente in quei paesi limitrofi in cui l’allevamento bovino è più florido. E’ Infatti composto da latte fresco appena munto la cui panna, la parte grassa, dà al Dekè una consistenza decisamente densa (si può infatti anche mangiare con il cucchiaio); il latte viene poi mescolato con zucchero e miglio lavorato a grumi. Nelle città e nei villaggi dell’Africa occidentale, lo si può acquistare da venditrici ambulanti (rigorosamente donne) che lo trasportano sul capo in un enorme vaso coperto da un telo e bisogna essere provvisti di una ciotola o di un bicchiere, si deve consumare in una giornata, a meno che non si possegga un frigorifero, come nel caso della gente ricca di città, in tal caso dura anche tre o quattro giorni. Per Bakary, 19enne maliano, residente in Campania, il ricordo del Dekè come evento felice è ancora molto vicino e vivido: ‘Il Dekè che preparavano nonna e mamma era buonissimo! Da noi quando una mamma vuole fare felice la famiglia dice ‘domani faccio il Dekè’ e tutti esultano e vanno a dormire con quel pensiero!’ Il Dekè si consuma a pranzo e tiene sazi per tutto il giorno (aspetto fondamentale quando è previsto un solo pasto giornaliero), può coincidere con una celebrazione ufficiale, un festeggiamento familiare di qualche tipo, oppure, date le sue proprietà nutritive, viene preparato e donato ai bambini piccoli, alle donne in cinte e agli ammalati. Insomma, una di quelle esperienze ricche ed evocative che l’emigrazione renderebbe solo un ricordo lontano se non fosse che il Dekè, pezzo di identità evidentemente irrinunciabile, ha accompagnato gli immigrati dell’Africa occidentale nel loro percorso di integrazione. Infatti il Dekè, in Italia come nel resto del Paese, non solo lo si continua a produrre nelle case, ma qualcuno ne ha avviato anche un piccolo commercio. A Napoli, Fatoumata lo vende in bottigliette da ½ litro su ordinazione a 2 euro l’una, trasportandolo per il Centro storico su un carrello del supermercato. Le differenze tra il Dekè originario e quello ‘immigrato’ non sono solo logistiche: “Quello che mangiamo qui, non è lo stesso Dekè” dice Bakary, “qui è difficile avere a disposizione il latte di mucca appena munto!”. Infatti, a sostituire la panna lattea originale ci pensa lo yoghurt, preferibilmente quello cinese, che per Fatoumata è il più adatto per costo e consistenza. L’aspetto finale è lo stesso, ma naturalmente lo yoghurt ne modifica drasticamente il sapore  tanto che gli immigrati più anziani lo rifiutano in modo categorico perché dicono che quello non è il vero Dekè, ma un pasticcio dal sapore straniero. Comunque i più giovani ne sono ghiotti e per loro il Dekè, anche nella nuova versione rivista e corretta, continua ad essere un momento di assoluta felicità.

 

Rampe Karapincha: sapore di Sri-Lanka!

Nel grande mercato globale del 21esimo secolo, i prodotti ‘esotici’ abbondano nei supermercati e nelle dispense, libri di ricette etniche campeggiano sullo scaffale in cucina o sulla libreria del salotto e se manca un ingrediente… non c’è problema, perché nella Campania di oggi, la multicultura trionfa soprattutto a tavola! Nei tantissimi negozi etnici diffusi sul territorio regionale, infatti, è possibile rifornirsi di cibi e bevande più o meno noti che marcano l’identità culturale di piatti da tutto il mondo.

Tuttavia, sebbene indiani, africani, cingalesi, magrebini, cinesi, russi, latinoamericani possono soddisfare le proprie esigenze gastronomiche nei market etnici locali, esistono una serie di prodotti alimentari, un altrove gastronomico di memoria e appartenenza, che gli immigrati non comprano, ma importano loro stessi.

Il Rampe Karapincha [pron.: rampecarapincia] è tra questi, un irrinunciabile ingrediente base di tutti i piatti cingalesi di due erbe diverse, pronunciate assieme, e nei cespugli come nelle pentole, assolutamente inseparabili. Il Rampe Karapincha da un sapore caratteristico a carne, pollo, pesce, ma anche ai piatti a base di riso con legumi, ortaggi e verdure. Può accompagnarsi ad altri odori, erbe e spezie che di volta in volta cambiano le sfumature del gusto, ma le due erbe, sovrane incontrastate dell’universo culinario di Ceylon non mancano mai. A comporre la base delle diverse pietanze, ecco quindi Rampe Karapincha e cannella, Rampe Karapincha e zenzero, Rampe Karapincha e cardamomo, Rampe Karapincha e chiodo di garofano, e così via.

Il Rampe Karapincha, Francis, cingalese di Napoli, se lo porta direttamente dal giardino di casa sua a Piliyandala, quando ci va in estate con la sua famiglia, ma non è certamente l’unico. L’abitudine di tornare in Italia con interi fasci di queste due erbe, è estremamente diffusa tra gli immigrati originari di India e Sri-lanka… una scelta economicamente conveniente certo, perché al negozio costa un pò di più, ma soprattutto una scelta di cuore perché quella portata direttamente è ‘proprio la nostra’, è fresca, autentica, sa di casa…

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