Le tartarughe tornano sempre. Mini tour in Campania di Enzo Gianmaria Napolillo

Sta per concludersi il mini tour della presentazione del libro “Le tartarughe tornano sempre” di Enzo Gianamaria Napolillo (edizioni Feltrinelli), organizzato da Yalla che ha visto l’autore incontrare i giovani studenti dell’ Istituto Statale Pitagora di Pozzuoli e del Liceo Manzoni di Caserta, i cittadini di Salerno presso il Centro La Tenda e quelli di Napoli presso la sala di Santa Maria La Nova. “Le tartarughe tornano sempre” è una storia d’amore fra Salvatore, un giovane adolescente di un’isola non definita, e Giulia, figlia di un famoso architetto emigrato a Milano,  e ed è la storia della loro crescita scandita da un naufragio di migranti a cui hanno assistito in un giorno di fine estate. E’ la fotografia di un’isola e del suo cambiar volto. In viaggio in treno da Caserta a Napoli facciamo qualche domanda all’autore per raccontare il mood del libro a chi dei nostri lettori non ha avuto la possibilità di venire alle presentazioni.

 

Come è nato questo libro?

E’ nato da un racconto che ho scritto in occasione di una mostra per i 150 anni dell’unità d’Italia che si teneva a Macerata. C’erano dieci artisti contemporanei e dieci scrittore emergenti, il titolo “Essere italiani”. Quando ho pensato al protagonista del mio racconto, ho immaginato un ragazzo abitante nell’isola di Lampedusa, chi più di lui poteva rappresentare essere italiani in questi anni. Salvatore usciva all’alba con la sua piccola barca e restava in mare aperto fino a notte fonda per aspettare i migranti in difficoltà e dare lui aiuto o chiamare la Guardia Costiera per i soccorsi.

I protagonisti, Giulia e Salvatore, sono due adolescenti italiani. Il tuo è un libro che parla di immigrazione ma che diversamente da altri libri pubblicati ultimamente e che hanno riscosso grande successo tra i lettori ha protagonisti italiani. Ci puoi raccontare le ragioni di questa scelta? 

Per cambiare prospettiva e scrivere una storia in cui un lettore potesse facilmente immedesimarsi nei due protagonisti, nella loro crescita.

La cornice in cui si muovono i protagonisti segue le sorti di un’isola ed automaticamente il lettore pensa all’isola di Lampedusa anche se nel libro non viene mai nominata… 

Ci tenevo che fosse la mia isola, dove poter lasciare le radici, che purtroppo non ho trovato nella città in cui sono nato e cresciuto.

A Lampedusa sei stato la prima volta dopo la prima stesura del romanzo, ci puoi raccontare come hai vissuto l’incontro con gli isolani? Hai cambiato qualcosa dopo il tuo viaggio a Lampedusa, hai inserito qualcosa di nuovo nella stesura successiva? 

Appena atterrato a Lampedusa ho trovato le atmosfere, gli odori, le sensazioni, le persone dell’isola che avevo raccontato. Quando ho scritto la seconda stesura ho aggiunto luoghi reali di Lampedusa, lasciando comunque Punta Caladritta e Punta Tonnara, posti ormai legati a Giulia e Salvatore, che però nella realtà non esistono.

Il tuo libro ha tutte le carte per diventare uno strumento didattico per parlare agli studenti di immigrazione e in alcune scuole dove abbiamo organizzato la presentazione in parte lo è diventato. Quando hai immaginato i personaggi e hai costruito la storia ti saresti immaginato questo utilizzo? 

Quando scrivo non penso ai lettori, ad un pubblico, è stato l’editore a suggerire la diffusione del romanzo nelle scuole. E sono felice di questa scelta, ogni incontro con gli studenti è uno scambio, mi dà la possibilità di parlare di argomenti che mi stanno a cuore, di sogni e passioni.

Ci sono diversi elementi che ritornano spesso nella storia, le radici e la memoria, ma soprattutto la libertà che è quella che cercano Salvatore e Giulia e quella che cercano i migranti….. 

La libertà è frutto di ricerca, proprio per questo il romanzo è dedicato “a chi non si arrende e continua a cercare”.

Il libro racconta Lampedusa e i suoi abitanti e fa poi da contr’altare la città di Milano, che assume tutte le caratteristiche di un non luogo, questa contrapposizione è stata una scelta o un caso? 

E’ stata una scelta, la città, non solo Milano, mi ha sempre trasmesso distanza, mancanza di spazio. Questa insofferenza l’ho trasmessa a Salvatore.

In maniera molto netta “Le tartarughe tornano sempre” racconta di un’Italia piena di luoghi comuni e pregiudizi nei confronti dei migranti che prende corpo con la famiglia di Giulia, credi di essere stato un po’ troppo severo? 

Ho raccontato di stereotipi con cui mi sono scontrato spesso, con una visione limitata delle cose e delle persone, con una superficialità che conduce all’indifferenza, alla paura di ciò che è diverso, di ciò che non si conosce.

Nel libro c’è un messaggio, un invito, al lettore “La storia si ripete, il mondo è spezzato in due come il barcone, e accettare di fare parte della metà più fortunata non può essere esente da responsabilità”. .. 

Le nostre scelte hanno un’eco che non possiamo ignorare, viviamo in un mondo collegato, globalizzato, e noi stessi, noi italiani, siamo stati in passato migranti. Un paese che dimentica il proprio passato non ha futuro.

 

 

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