CdM impugna la legge regionale abruzzese sulle case popolari perché discriminatoria verso gli stranieri: “Viola i principi dell’art.3 della Costituzione”

 

Nella seduta dello scorso 20 dicembre, il Consiglio dei Ministri ha deciso l’impugnazione della nuova legge della Regione Abruzzo (n. 34/ 31 ottobre 2019). La norma va a modificare le regole per l’assegnazione degli alloggi popolari nella regione.

Tra i vari cambiamenti (consultabili qui), è prevista una revisione dell’articolo 2 della precedente normativa, che inserisce per gli stranieri extra-comunitari (esclusi i richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale) la necessità di produrre documentazione idonea ad accertare il non possesso di immobili nei propri paesi di origine per tutti i membri della famiglia.

Il Consiglio dei Ministri ha deciso di impugnare la legge regionale “in quanto varie norme violano i principi di ragionevolezza, di uguaglianza e non discriminazione di cui all’ articolo 3 della Costituzione, oltre a risultare invasive della competenza esclusiva statale in materia di ‘ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali’ e di ‘ordine pubblico e sicurezza’ di cui all’articolo 117 della Costituzione”.

L’articolo 2, secondo il Governo, violerebbe inoltre i principi di non discriminazione tra cittadini comunitari e extracomunitari, sancito dall’articolo 18 del TFUE (Trattato di funzionamento dell’Unione Europea, uno dei due testi base dell’Unione Europea) e l’articolo. 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. 

Negli scorsi mesi, un simile requisito di certificazione patrimoniale era stato inserito anche all’interno della normativa sul “Reddito di cittadinanza” dal cosiddetto “Emendamento Lodi”. Il provvedimento, inserito nella Legge di Bilancio 2018, aveva portato al blocco dell’erogazione del sussidio per i cittadini extracomunitari, e a successivi ricorsi per l’impossibilità in moltissimi casi di produrre tale documentazione (ai link i nostri articoli in merito alla vicenda). Nell’ottobre scorso, però, Ministero del Lavoro e Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, con un decreto interministeriale, hanno fortemente ridimensionato la portata dell’emendamento, limitando la necessità di produrre la certificazione patrimoniale solo per i migranti provenienti da paesi extra UE forniti di una anagrafe funzionante e precisa dei beni immobili.  L’elenco degli stati comprende infine solamente:

Regno del Bhutan, Repubblica di Corea, Repubblica di Figi, Giappone, Regione amministrativa speciale di Hong Kong della Repubblica popolare cinese, Islanda, Repubblica del Kosovo, Repubblica del Kirghizistan, Stato del Kuwait, Malaysia, Nuova Zelanda, Qatar, Repubblica del Ruanda, Repubblica di San Marino, Santa Lucia, Repubblica di Singapore, Confederazione svizzera, Taiwan, Regno di Tonga.